Maria Lucia Faedo: Salomé

17.09.2020

Salomé al mio paese Sakina (pace)

Al mio paese il forno veniva usato da tutti indistintamente e la piazza profumava sempre di pane e biscotti, ogni individuo era un importante tassello nella trama della vita, sia chi nato storto povero o studiato benché straniato dal mondo e passato per matto recitava il suo ruolo con estrema coerenza: Il matto era matto e rispettato da tutti, sicuramente non anonimo, ma ahimè normalmente un codazzo di ragazzini gli ricordava che appunto era matto (nel caso se lo fosse dimenticato) ma tutti dal macellaio con il coltello in mano al postino, capotreno il vicino il lontano, il religioso il miscredente l'ubriaco ed il sobrio al negoziante erano "persone"

Questo sentirsi parte di una comunità come fossimo tutti parenti aiutava a far sentire noi bambini protetti e sicuri, di avere una precisa identità e valere qualcosa.

Quando poco più di bambina sono arrivata con mamma e fratelli in Italia avevo ancora gli occhi bruciati dal sole e le narici piene del profumo secco del deserto e dei cammelli.

Mentre percorrevo la strada asfaltata punteggiata da mille luci che brillava come un nastro di seta, pensavo di essere arrivata nel paese di: Mille e una notte.

Il cuore mi batteva forte mentre passavo la porta grigia della città ma la realtà non tardò a smentire le aspettative, nel condominio dove siamo andati ad abitare non c'è stata nessuna accoglienza, l'odore dei cibi trasudava dai muri come pure quello dell'urina, ero Nessuno non contavo nulla mi sentivo chiusa in una affollattissima arnia, in una gabbia di cemento, ero trasparente un trasparente grigio senza identità né nome né ruolo né radici condannata all'anonimato ed alla solitudine.

Papà era un brav'uomo, lavorava dall'alba fino a sera, faceva del suo meglio per farci vivere bene ma io sentivo attorno a me solo muri di cemento, senza occhi e senza cuore, non ero felice, sognavo spazi aperti, mi mancava lo schiamazzo dei bambini che giocavano come forsennati a giochi anche selvaggi che però preparavano alle battaglie della vita ed i cortili pieni di bambini e le Babe che raccontavano le storie facendoci sussultare di paura.

Sono rimasta in una specie di limbo guardandomi attorno per capire, crescere, mettere fuori prima una mano poi l'altra (dall'arnia in cui vivevo) un piede poi l'altro per vedere se stavo in piedi anche se ondeggiante in mezzo alla baraonda anonima che mi circondava, per ritrovare un pezzo dopo l'altro nome radici e ruolo benché piccolo, un posto nel mondo un calore, un colore, un sorriso.

La città mi sommergeva con i suoi ritmi veloci tra la folla sentivo di vivere in un vuoto, e contemporaneamente subivo il fascino della varietà delle persone e delle cose che mi circondavano case antiche e moderne, piazze e palazzi stamberghe e giardini.

Non è stato facile ma piano piano ce l'ho fatta, merito della mia personalità "selvaggia" costruita nel piccolo paese ai margini del deserto dove ero nata e vissuta per i primi anni.

La città alla fine non mi ha fagocitata, anzi mi affascina perché come i sogni è costruita da desideri e da paure, basta ascoltarla, è il riflesso di tante storie.

Io sono Salomè in Italia, Sakina al mio paese.